Titolo: I corpi presentano tracce di violenza carnale

Titoli alternativi per il mercato estero: Torso ( USA ) Carnal Violence ( Inghilterra)

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Paese di Produzione: Italia

Anno: 1973

Regia: Sergio Martino

 

Al termine di un rapporto sessuale in automobile, una coppia di studenti viene strangolata con un foulard da un maniaco mascherato. Questo è l’innesco di una storia che si snoda tra l’Università per stranieri di Perugia, le tortuose vie del centro storico ( che non si trasformano mai in uno scenario da cartolina ), party di droga e sesso, paludi e appartamenti che paiono la versione ingigantita di una casa per bambole.

Sergio Martino, eccellente artigiano del cinema di genere ( nella sua carriera si è snodato con la stessa bravura tra la commedia all’italiana, il western atipico di Mannaja ed il post apocalittico di 2019 Dopo la Caduta di New York ) racconta una vicenda mai prevedibile, pur attingendo a piene mani a figure stereotipiche: Ernesto Colli magistrale venditore ambulante dalla coscienza nerissima, Tina Aumont, Carla Brait e Cristina Airoldi perfette nel ruolo delle studentesse fuori sede dall’indocile appetito sessuale, tutti a fare da sfondo umano ai personaggi della pura e minacciata Jane (Suzy Kendall, già nota al pubblico per L’Uccello dalle Piume di Cristallo di tre anni  prima ) il professore di storia dell’arte ( John Richardson,  cui qualche anno dopo sarebbe sfuggito per un pelo il ruolo di James Bond ) ed un inedito Luc Merenda nel ruolo di un taciturno medico di provincia.

Il foulard rosso e nero, la sua trama che si confonde, si ridisegna nella memoria dei testimoni inchiodando e scagionando a turno i vari sospettati diventa molto di più di un banale MacGuffin hithcockiano. Senza timori per la censura Sergio Martino regala carrellate di corpi nudi, amplessi ( incredibilmente audace per l’epoca il tutt’altro che implicito rapporto lesbico tra una bianca ed una nera ) e insiste nel disegnare figure irredimibili di donne senza morale ed in grado di respingere e soggiogare diversi tipi di uomo, fino a far affiorare il mostro che è in molti di loro.

La trama indugia sulle abitudini delle universitarie, sul loro inequivocabile modo di manipolare ed approfittarsi della varia fauna maschile, dai “fricchettoni” di un non meglio definito droga party, al laido zio di provincia fin troppo sensibile al fascino della gioventù: ne deriva quasi un senso di empatia per l’assassino, la possibilità di intuirne il dolore ( senza arrivare ad approvarne le scelte ) e la difficoltà di collocare le malcapitate nel rango definitivo delle vittime.

L’assassino si permette lenti inseguimenti della vittima di turno senza scadere nel ridicolo grazie a buone trovate narrative che si rinnovano ogni volta ( chi ha una caviglia slogata, chi è muto dalla nascita, chi è stordito da un droga party ) e l’atipica scelte delle location amplifica un senso di tensione e mistero che parte già dai primi minuti: da antologia l’inusuale caccia che l’assassino fa in una silenziosissima palude in pieno giorno.

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Per impedire una precoce individuazione dell’assassino scivoliamo ( con lo sguardo da voyeur tipico della commedia di quegli anni che Sergio Martino conosce bene ) nelle intimità di vari uomini che orbitano attorno alle ragazze: a turno prendiamo in prestito i loro occhi, e le scene che ci vengono regalate non sono mai libere da un velo di putredine: sembra che in questa storia nessuno riesca a sollevarsi più di un palmo dal fango.

Dalla Perugia degli studenti la storia scivola poi in una ancora più inusuale scelta: Tagliacozzo, in provincia de L’Aquila. Qui la bellezza esotica ed eccezionale delle “americane” produce un clamore quasi accecante con i tratti contadineschi di ottimi caratteristi ( qui spicca il compianto Vincenzo Crocitti nel ruolo minore del ragazzo delle consegne ): l’Italia provinciale si mostra insolubile con l’intraprendenza e la modernità di tre modelle straniere.

All’interno della villa Sergio Martino sa spingere i toni al limite, rallentando i tempi, caricando di ambiguità e tensione ogni inquadratura andando a sostituirsi agli occhi prima storditi e poi terrorizzati della biondissima scream queen: quando Jane tenta di evadere facendo cadere la chiave su un pezzo di giornale il regista arriva a livelli raramente raggiunti dai suoi connazionali in futuro.

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Di repertorio argentiano le inquadrature “in soggettiva con l’assassino”: di grande aiuto il lavoro dei fratelli de Angelis all’ennesima collaborazione musicale con Martino.

Altamente sopra le aspettative la performance marziale ( seppure non troppo attinente col personaggio ) di Luc Merenda, che nell’epilogo concede agli spettatori calci ed evoluzioni degne del suo grado di campione in savate e probabilmente più confacenti a Van Damme che ad un medico di provincia.

Unica debolezza, la troppo labile traccia del trauma infantile del maniaco: nel tentativo di motivare la sua perversione e di rafforzarla esteticamente ( il ridondante tornare alle bambole ) il regista trova tuttavia poco tempo e poche occasione per rendere tutto questo poco più di una serie di fotogrammi.

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Da notare l’ambizione di arricchire la storia con la tematica del caso e della necessità, che si rincorre tra una conversazione e l’altra, senza mai meritare però eccessiva attenzione da parte dei personaggi.

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