La casa con la scala nel buio

Titolo: La casa con la scala nel buio

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Titolo alternativo per il mercato estero: A Blade in The Dark

Durata: 110 minuti

Paese di Produzione: Italia

Anno: 1983

Regia: Lamberto Bava

 

E’ singolare come alcuni film sappiano parlare di se stessi mentre si occupano di parlare di una storia.

Caso senza dubbio involontario quello di La Casa con La scala nel buio, e che forse per questo motivo merita un certo grado di attenzione supplementare.

Antologica la prima sequenza: tre bambini si introducono in una villa abbandonata, per sottoporre il più remissivo di loro ( ovviamente biondo, neanche a dirlo ) ad una prova di coraggio. Dovrà scendere la lunga rampa di scale che va a sparire nelle tenebre per recuperare una pallina da tennis; è l’unico modo che gli concedono per togliersi di dosso l’etichetta di “femminuccia”. Il bimbo con la prevedibile riluttanza scende, ed una volta che è sparito nel buio si sente un grido lacerante. La pallina viene lanciata con forza, adesso dal basso verso l’alto, e lascia un’impronta insanguinata sul muro.

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Ma questa scena, dove Lamberto Bava si esibisce veramente in una buona prova registica, fa parte di un film: il film horror cui Bruno ( Andrea Occhipinti ) giovane compositore alla sua prima esperienza nel cinema, dovrà fornire un’adeguata colonna sonora.

Brillante trovata di metacinema, che va ad esplorare forse una delle figure meno gloriose – seppur tutt’altro che trascurabili – del settore, quella del compositore, appunto.

I fratelli De Angelis, poliedrici geni di quei fecondi anni di cinema italiano, in questa occasione si discostano dal loro genere e sembrano strizzare l’occhio al rock progressivo fatto di sintetizzatori e moog tipico dei Goblin.

Bruno, come il resto dei tecnici che stanno collaborando con la regista Sandra ( Anny Papa  ) non ha la possibilità di vedere il finale del film, questo per creare, secondo le intenzioni della regista stessa, un universale stato di dubbio e tensione: per trovare la calma adatta ( e anche per scatenare la serie di trovate necessarie in un film horror ) il giovane musicista si trasferirà per un mese in una villa fuori mano, di proprietà di Tony Rendina, ( Michele Soavi )suo facoltoso conoscente impegnato nella costruzione di strade in Kuwait.

La villa, chiaramente, è calma e non frequentata solo in apparenza.

Il laido giardiniere (Stanko Molnar inizierà in questo film la fruttuosa collaborazione con Lamberto Bava ) è solo il primo dei bizzarri individui che piomberanno ad interrompere la quiete di Bruno: poi sarà il turno delle procaci vicine di casa, che a turno verranno a cercare Linda, la precedente affittuaria della villa.

Linda è chiaramente il nodo della trama, la figura omicida che inizia a mietere vittime ( con piglio degno delle contemporanee sperimentazioni di Argento ) e che non si fermerà davanti a nulla per “nascondere il suo segreto”.

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Ma tutti, dal giardiniere alle ragazze seminude, passando per la squilibrata fidanzata di Bruno, compaiono e scompaiono di scena in maniera fin troppo improbabile, trovando alla bisogna la porta aperta ma ovviamente ritrovandola chiusa al momento di dover fuggire da Linda. E Bruno non sembra mai troppo sbalordito da chi si manifesta all’improvviso da un corridoio né da chi sparisce senza lasciare tracce.

La regista Sandra trova inquietante la storia di questa famigerata “Linda”: è lo stesso nome infatti di una sua vecchia amica, la cui bizzarra esperienza biografica è stata utilizzata come trama del film horror che Bruno dovrebbe musicare. Lo spettatore intuisce subito che, per quanto improbabile, la coincidenza dovrà spiegare tutto: Linda, al fine di proteggere il suo segreto, sta cercando di sbarazzarsi di tutti coloro che ne sono venuti a conoscenza.

Ma di nuovo la storia procede con ritmo zoppicante, con un’andatura decisamente non confacente alle capacità di Bava. Ora scatta in avanti, bruciando le tappe e saltando alle conclusioni, ora rallenta in uno stagno che trabocca di tensione, facendo in modo che le ultime battute ( ed il conseguente scioglimento del mistero di Linda ) sembrino non arrivare mai, anche quando lo spettatore ha già intuito tutto.

Il motivo di questo stile “intermittente” è piuttosto prosaico.
Bava aveva progettato questa storia come una miniserie a quattro puntate da proiettare sulla Rai. Ma l’abbondanza di sangue e alcune tematiche decisamente poco solubili con il palato del grande pubblico dei primi anni 80 spinsero il responsabile a porre all’ultimo il veto, e conseguentemente a costringere il regista a tagliare in maniera funambolica il film, pur di adattarlo alla lunghezza di una normale pellicola.

Ecco quindi amaramente spiegato l’apparire immotivato di una vicina, la sua eccessiva confidenza con Bruno, il suo sparire di colpo dai discorsi di tutti. Tagli, tagli brutali eseguiti per esigenze tutt’altro che artistiche.

E Linda, in una delle sequenze finali del film, si introdurrà negli studi e farà a fette la pellicola che custodisce il suo segreto: il montatore, trovandosi davanti i brandelli e dovendo provare a ricomporre l’opera, dirà a Bruno “Qua hanno fatto un macello. Ce vorrebbe un miracolo”.
Quel miracolo che era impossibile pretendere da Bava, per consegnare al pubblico un film equilibrato dopo averlo dovuto fare a brandelli.

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E di nuovo, senza voler anticipare troppo a chi vuole vedere questo dignitosissimo prodotto del cinema horror, nel film qualcosa echeggia profetico sui problemi che l’opera dovrà affrontare in sede RAI. Per bocca di Giulia, la fidanzata di Bruno: “ Hanno boicottato il nostro spettacolo. Il pubblico non è ancora pronto per certe tematiche”.

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I corpi presentano tracce di violenza carnale

I corpi presentano tracce di violenza carnale

Titolo: I corpi presentano tracce di violenza carnale

Titoli alternativi per il mercato estero: Torso ( USA ) Carnal Violence ( Inghilterra)

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Paese di Produzione: Italia

Anno: 1973

Regia: Sergio Martino

 

Al termine di un rapporto sessuale in automobile, una coppia di studenti viene strangolata con un foulard da un maniaco mascherato. Questo è l’innesco di una storia che si snoda tra l’Università per stranieri di Perugia, le tortuose vie del centro storico ( che non si trasformano mai in uno scenario da cartolina ), party di droga e sesso, paludi e appartamenti che paiono la versione ingigantita di una casa per bambole.

Sergio Martino, eccellente artigiano del cinema di genere ( nella sua carriera si è snodato con la stessa bravura tra la commedia all’italiana, il western atipico di Mannaja ed il post apocalittico di 2019 Dopo la Caduta di New York ) racconta una vicenda mai prevedibile, pur attingendo a piene mani a figure stereotipiche: Ernesto Colli magistrale venditore ambulante dalla coscienza nerissima, Tina Aumont, Carla Brait e Cristina Airoldi perfette nel ruolo delle studentesse fuori sede dall’indocile appetito sessuale, tutti a fare da sfondo umano ai personaggi della pura e minacciata Jane (Suzy Kendall, già nota al pubblico per L’Uccello dalle Piume di Cristallo di tre anni  prima ) il professore di storia dell’arte ( John Richardson,  cui qualche anno dopo sarebbe sfuggito per un pelo il ruolo di James Bond ) ed un inedito Luc Merenda nel ruolo di un taciturno medico di provincia.

Il foulard rosso e nero, la sua trama che si confonde, si ridisegna nella memoria dei testimoni inchiodando e scagionando a turno i vari sospettati diventa molto di più di un banale MacGuffin hithcockiano. Senza timori per la censura Sergio Martino regala carrellate di corpi nudi, amplessi ( incredibilmente audace per l’epoca il tutt’altro che implicito rapporto lesbico tra una bianca ed una nera ) e insiste nel disegnare figure irredimibili di donne senza morale ed in grado di respingere e soggiogare diversi tipi di uomo, fino a far affiorare il mostro che è in molti di loro.

La trama indugia sulle abitudini delle universitarie, sul loro inequivocabile modo di manipolare ed approfittarsi della varia fauna maschile, dai “fricchettoni” di un non meglio definito droga party, al laido zio di provincia fin troppo sensibile al fascino della gioventù: ne deriva quasi un senso di empatia per l’assassino, la possibilità di intuirne il dolore ( senza arrivare ad approvarne le scelte ) e la difficoltà di collocare le malcapitate nel rango definitivo delle vittime.

L’assassino si permette lenti inseguimenti della vittima di turno senza scadere nel ridicolo grazie a buone trovate narrative che si rinnovano ogni volta ( chi ha una caviglia slogata, chi è muto dalla nascita, chi è stordito da un droga party ) e l’atipica scelte delle location amplifica un senso di tensione e mistero che parte già dai primi minuti: da antologia l’inusuale caccia che l’assassino fa in una silenziosissima palude in pieno giorno.

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Per impedire una precoce individuazione dell’assassino scivoliamo ( con lo sguardo da voyeur tipico della commedia di quegli anni che Sergio Martino conosce bene ) nelle intimità di vari uomini che orbitano attorno alle ragazze: a turno prendiamo in prestito i loro occhi, e le scene che ci vengono regalate non sono mai libere da un velo di putredine: sembra che in questa storia nessuno riesca a sollevarsi più di un palmo dal fango.

Dalla Perugia degli studenti la storia scivola poi in una ancora più inusuale scelta: Tagliacozzo, in provincia de L’Aquila. Qui la bellezza esotica ed eccezionale delle “americane” produce un clamore quasi accecante con i tratti contadineschi di ottimi caratteristi ( qui spicca il compianto Vincenzo Crocitti nel ruolo minore del ragazzo delle consegne ): l’Italia provinciale si mostra insolubile con l’intraprendenza e la modernità di tre modelle straniere.

All’interno della villa Sergio Martino sa spingere i toni al limite, rallentando i tempi, caricando di ambiguità e tensione ogni inquadratura andando a sostituirsi agli occhi prima storditi e poi terrorizzati della biondissima scream queen: quando Jane tenta di evadere facendo cadere la chiave su un pezzo di giornale il regista arriva a livelli raramente raggiunti dai suoi connazionali in futuro.

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Di repertorio argentiano le inquadrature “in soggettiva con l’assassino”: di grande aiuto il lavoro dei fratelli de Angelis all’ennesima collaborazione musicale con Martino.

Altamente sopra le aspettative la performance marziale ( seppure non troppo attinente col personaggio ) di Luc Merenda, che nell’epilogo concede agli spettatori calci ed evoluzioni degne del suo grado di campione in savate e probabilmente più confacenti a Van Damme che ad un medico di provincia.

Unica debolezza, la troppo labile traccia del trauma infantile del maniaco: nel tentativo di motivare la sua perversione e di rafforzarla esteticamente ( il ridondante tornare alle bambole ) il regista trova tuttavia poco tempo e poche occasione per rendere tutto questo poco più di una serie di fotogrammi.

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Da notare l’ambizione di arricchire la storia con la tematica del caso e della necessità, che si rincorre tra una conversazione e l’altra, senza mai meritare però eccessiva attenzione da parte dei personaggi.